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    <title>Ave Maria!</title>
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      <title>Omelia per Santa Chiara</title>
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      <pubDate>Wed, 11 Aug 2010 22:30:50 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Voci/2010/8/11_Omelia_per_Santa_Chiara_files/images.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Media/object001_2.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:128px; height:96px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;Presentiamo il testo dell’Omelia tenuta da P. Rosario M. Sammarco, fi, Rettore della Chiesa di S. Domenico in occasione della celebrazione eucaristica per S. Chiara, che i Francescani dell’Immacolata considerano loro speciale patrona.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;OMELIA PER LA SOLENNITÀ DI S. CHIARA&lt;br/&gt;11/8/2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;	La vulgata corrente, corroborata da opere peraltro non proprio spregevoli come il Musical “Forza Venite Gente” di Michele Paulicelli, o il film “Fratello Sole, Sorella Luna” di Franco Zeffirelli, ce la dipingono come una sorta di fidanzata mancata di s. Francesco che, data la sua chiamata da parte del Cristo Crocifisso, l’avrebbe quasi portata a malincuore a condividere quell’ideale un po’ assurdo per i comuni mortali.&lt;br/&gt;	In realtà, Chiara degli Offreducci (nata ad Assisi nel 1193 e morta sempre ad Assisi nel 1253) è stata una donna appassionata sempre da un unico amore: Cristo Crocifisso. Quel Cristo Crocifisso che ha visto brillare nella vita e nella predicazione di s. Francesco, da lei forse intravisto qualche volta quando, lei ancora fanciulla, faceva quelle che Assisi considerava “pazzie” e poi conosciuto dopo che ormai era diventato l’Araldo del Signore.&lt;br/&gt;	Per accostarsi adeguatamente alla figura di questa ragazza, di questa donna, di questa Sposa appassionata di Cristo occorre abbandonare le categorie cui il mondo ci ha abituato; quelle bassezze che sembrano pur tanto familiari ma che tanto disdicono a chi assaggia anche solo un po’ più da vicino le autentiche bellezze della vita consacrata. Occorre, invece, prendere in mano le narrazioni dei primi discepoli del Poverello; i racconti delle sue discepole; e soprattutto le lettere che Ella scrisse s. Agnese da Praga, donna di lignaggio addirittura più nobile del suo, ma che come Lei seppe disprezzare tutto per darsi interamente a Cristo.&lt;br/&gt;	Da queste fonti veniamo a sapere che, educata alla fine pietà sin da bambina, si è fatta prendere sempre più dalla carità divina. A Chiara, anche da bambina, non bastavano le cose ordinarie che facevano le sue compagne, e magari le sue sorelle: Ella voleva di più. Se si trattava di dare elemosine, Ella dava del suo piatto; se si trattava di pregare, Ella pregava tantissimo; se si trattava di fare penitenze, Ella portava un cilizio sotto le belle vesti di ragazza di nobile famiglia.&lt;br/&gt;	Il suo primo biografo, forse abruzzese, forse lo stesso di s. Francesco, scrive di Lei fanciulla: «Aveva il gusto della santa orazione e la coltivava assiduamente; e impregnandosi spesso della soave fragranza della preghiera, vi imparava poco a poco a condurre una vita verginale. Non avendo filze di grani da far scorrere per numerare i Pater Noster, contava le sue preghierine al Signore con un mucchietto di pietruzze».&lt;br/&gt;	Conosciuta la nuova via che stava percorrendo Francesco, diverse volte chiese d’incontrarlo, sempre accompagnata da una sua fidata amica e s. Francesco, notando la bellezza dell’anima di Lei, l’infiammò a tal punto del suo ideale che quella ad un certo punto non ebbe timore di mettersi contro tutto e contro tutti per darsi al Signore.&lt;br/&gt;	Ma, come si può intuire, non si limitò a darsi al Signore in uno dei tanti modi che allora c’erano già. È vero che il giorno della fuga da casa dovette rifugiarsi presso un monastero benedettino, ma ci restò poco. Se si leggono i suoi scritti si nota, infatti, alla pari di s. Francesco, una sua fissazione per l’Assoluto, per il senza limiti. Non per nulla, la Regola da Lei scritta per quelle che saranno le Clarisse comincia con le stesse parole con cui comincia la Regola di s. Francesco: «La Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere, istituita dal beato Francesco è questa: Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo».&lt;br/&gt;	Ecco qui: il Vangelo nudo e crudo, il Cristo Crocifisso abbracciato senza mezzi termini, senza accomodamenti. Ella è, come ben si è detto e come si è definita Lei stessa, “una pianticella del beato Francesco”. Ma una pianticella molto particolare, che si staglia agli occhi dei primi discepoli del Santo di Assisi e nostri, come una sorta di suo alter ego femminile. Di più, in passato la coppia Francesco - Chiara è stata accostata, con un paragone in verità non troppo ardito, ad un’altra coppia: Cristo - Maria. E così, se s. Francesco viene visto come l’alter Christus che rinnova la Chiesa del Medioevo, così s. Chiara è l’altera Maria: una persona che si è sforzata di riprodurre in sé in modo mirabile la Vergine Maria, la vera e perfetta discepola di Cristo, oltre che sua Madre. E che ci è riuscita al punto tale che ad un certo punto la Madonna stessa ha mostrato di confondersi con lei. &lt;br/&gt;	Nel processo di canonizzazione della Santa, troviamo, tra le altre, la testimonianza bellissima di una suora che racconta di una visione avuta mentre vegliava Chiara morente. Ella racconta che ad un certo punto ha visto entrare nella stanza tutta una processione di vergini in candide vesti. Ultima, una Vergine, più bella di tutte, che la suora identifica con la Vergine Maria. Quest’ultima si avvicina a Chiara, si piega su di lei, e ad un certo punto il suo viso si confonde con quello di Chiara, di modo tale che la suora non riesce a distinguere più dov’è la Vergine e dov’è Chiara.&lt;br/&gt;	S. Francesco diceva che l’anima in grazia di Dio e, soprattutto, quella che si dona a Gesù, diventa “sposa, sorella e madre di Cristo”. È un’affermazione molto bella e molto forte, che andrebbe spiegata, e in questa sede non ne abbiamo il tempo. Quello che è certo è che, se essa in qualche modo si è realizzata in Francesco; se si realizza in ogni anima in grazia, tanto più si può dire che si è realizzata in Chiara, che questa sorta di somiglianza con la Vergine ce l’aveva anche per il suo essere donna.&lt;br/&gt;	Chiara si presenta a noi, quindi, come la vera “Donna Nuova”, copia il più fedele possibile di quello che è il prototipo e il modello di ogni donna: la Vergine Maria. Donna nella sua passione d’Amore per il Crocifisso; donna nella sua materna delicatezza verso le sorelle; donna nello splendore di una donazione d’amore che pare non conoscere limiti.&lt;br/&gt;	La giornata di oggi è per noi anche  uno sprone a pregare per tutte coloro che ancora oggi si mettono alla sequela di s. Chiara, pur nelle varie famiglie in cui sono aggregate. Perché il Signore conceda loro di essere fedeli a questa chiamata speciale ad essere, come la Vergine Maria, “giardino chiuso e fontana sigillata”, spose fedelissime del Sommo Re, votate alla preghiera e alla penitenza a beneficio dei loro fratelli e figli d’esilio. E perché Santa Chiara conceda loro di resistere a quelle sirene del mondo che, purtroppo, si fanno sentire anche nei loro conventi spesso con la scusa dell’aggiornamento.</description>
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      <title>Il Perdono di Assisi</title>
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      <pubDate>Sat, 31 Jul 2010 17:52:10 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Voci/2010/7/31_Il_Perdono_di_Assisi_files/porziuncola_interno.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Media/object000_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:128px; height:120px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;COME OTTENERE L'INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI&lt;br/&gt;(Per sé o per i defunti)&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto), oppure, col permesso dell'Ordinario (Vescovo), nella domenica precedente o seguente (a decorrere dal mezzogiorno del sabato fino alla mezzanotte della domenica) si può lucrare una volta sola l'indulgenza plenaria.&lt;br/&gt; CONDIZIONI RICHIESTE:&lt;br/&gt;1 - Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa Cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l'indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).&lt;br/&gt;2 - Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).&lt;br/&gt;3 - Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica.&lt;br/&gt;4 - Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un'“Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.&lt;br/&gt;5 - Disposizione d'animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.&lt;br/&gt; Le condizioni di cui ai nn. 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.&lt;br/&gt; L'INDULGENZA: che cosa è?&lt;br/&gt;I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l'equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere. In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui. Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l'immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione. La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti.  Nei primi secoli i Vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei santi, in modo da ottenere la grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell'indulgenza.&lt;br/&gt;(C.E.l. - Catechismo degli adulti, n. 710)&lt;br/&gt;COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE L'INDULGENZA DEL PERDONO&lt;br/&gt;Una notte dell'anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l'altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore!  Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: &amp;quot;Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe&amp;quot;. &amp;quot;Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande - gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza&amp;quot;. E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: &amp;quot;Per quanti anni vuoi questa indulgenza?&amp;quot;. Francesco scattando rispose: &amp;quot;Padre Santo, non domando anni, ma anime&amp;quot;. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: &amp;quot;Come, non vuoi nessun documento?&amp;quot;. E Francesco: &amp;quot;Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l'opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni&amp;quot;.  E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell'Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: &amp;quot;Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!&amp;quot;.&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Un Simposio Mariologico per la ricorrenza dei 50 anni della Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria</title>
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      <pubDate>Fri, 18 Jun 2010 09:20:00 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Voci/2010/6/18_Un_Simposio_Mariologico_per_la_ricorrenza_dei_50_anni_della_Consacrazione_al_Cuore_Immacolato_di_Maria_files/Simposio%20%2710.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Media/object002_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:128px; height:179px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Dal 5 al 7 luglio prossimi si terrà a Frigento (AV) presso il Santuario della Beata Vergine M. del Buon Consiglio, Casa Madre della Famiglia Religiosa dei Francescani dell’Immacolata un Simposio Mariologico nella ricorrenza dei 50 anni della Consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria.&lt;br/&gt;    Le conferenze metteranno in luce i fondamenti biblici, patristici, teologici della Consacrazione alla Madonna; li armonizzeranno alla luce di tutta la teologia mariana; ne illustreranno gli sviluppi nella speculazione teologica del XX secolo e anche nella percezione e nella dottrina dei santi.&lt;br/&gt;    Di alto livello i conferenzieri. Solo per fare qualche nome abbiamo:&lt;br/&gt;    P. Settimio Manelli, fi: biblista e docente di S. Scrittura presso lo STIM;&lt;br/&gt;    P. Luca Genovese, ofm cap: patrologo&lt;br/&gt;    P. Serafino Lanzetta, fi: teologo, direttore della Rivista di Studi Fides Catholica&lt;br/&gt;    Don Gioacchino Ferrer Arellano, Opus Dei: mariologo di fama mondiale&lt;br/&gt;    Mons. Arthur Burton Culkins: mariologo e membro della Pontificia Commissione Ecclesia Dei&lt;br/&gt;    P. Stefano M. Cecchin, ofm: Segretario della Pontificia Accademia Mariana Internazionale&lt;br/&gt;    Don Manfred Hauke: teologo, docente presso la Facoltà Teologica di Lugano&lt;br/&gt;    Don Paul Haffner: della Pontificia Università Gregoriana&lt;br/&gt;    P. Battista Cortinovis, smm: teologo&lt;br/&gt;    M. M. Grazia Palma, fi: teologa e Delegata per l’Italia delle Suore Francescane dell’Immacolata&lt;br/&gt;    Don Francesco Asti: della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale&lt;br/&gt;    P. Paolo M. Siano, fi: docente di Storia della Chiesa presso lo STIM e direttore della Rivista Annales Franciscani&lt;br/&gt;    P. Stefano M. Manelli, fi: Fondatore della Famiglia Religiosa dei Francescani dell’Immacolata.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;    Le conferenze sono aperte a tutti ed è possibile pernottare in loco. Per informazioni e prenotazioni è possibile telefonare alle Suore Francescane dell’Immacolata di Frigento (tel. 0825 444015) oppure nella sede cassinese del Seminario Teologico dei Francescani dell’Immacolata (tel. 0776 350272).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;    Da &lt;a href=&quot;http://dl.dropbox.com/u/164150/Simposio%20%2710.jpg&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; è possibile scaricare il programma completo.</description>
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      <title>Estratto delle Parole del Santo Padre</title>
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      <pubDate>Fri, 11 Jun 2010 17:04:46 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Voci/2010/6/11_Estratto_delle_Parole_del_Santo_Padre_files/CuorA-w.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://ffiteramo.it/ffiteramo/Home/Media/object001_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:131px; height:157px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Nella Solennità del S. Cuore di Gesù, vogliamo proporvi un nostro estratto della stupenda omelia tenuta dal S. Padre Benedetto XVI nella S. Messa di chiusura dell’Anno Sacerdotale, in Piazza S. Pietro. In grassetto abbiamo messo le parti che abbiamo ritenuto degne di nota.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;«Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola «sacerdozio». […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì». […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se &lt;a href=&quot;http://www.vatican.va/special/anno_sac/index_it.html&quot;&gt;l’Anno Sacerdotale&lt;/a&gt; avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia odierna, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdote: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/CuorCpage.htm&quot;&gt;Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù&lt;/a&gt; e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi – e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia con Dio. […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire Lui – questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso […].&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ciò che i Comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta. […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’Eucaristia in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo – come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me”? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita” (23 [22], 6). […]&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/CuorCpage.htm&quot;&gt;La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù&lt;/a&gt; prevede, però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: “Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva” (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen».</description>
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